Sei stata brava?

Mano maschile con smartphone sotto il tavolo durante una cena, calza e calici di vino rosso, racconto erotico By Nyno

Da quel messaggio che mi hai mandato, adesso so chi sei.

E chi sei lo decido io, da stanotte. Farai quello che ti dico. Mi obbedirai — in ogni cosa, come lo dico, quando lo dico. Perché se non obbedisci, io non ti scopo. E tu ormai non puoi più farne a meno.

Hai attraversato il confine la prima volta che hai scritto a me invece di girarti verso di lui. Adesso sei dall’altra parte. E dall’altra parte non basta la vergogna a tenerti in silenzio: sono i folli gesti che fai per me a portarti sempre più in là.

Vai in bagno. Non mi interessa cosa stai facendo, lascia tutto. La cena è in forno, hai qualche minuto, e quei minuti sono miei.

Siediti. Aprile, quelle gambe. Toccati — piano prima, poi più forte. Le dita sulla fica, che premono dove sai, che strofinano e non si fermano. E voglio vederlo: fammi un video. Non la faccia. Solo le gambe aperte, solo le dita sul clitoride che lavorano, solo te che cedi un centimetro alla volta.

Brava. Così.

Vieni. Adesso, mentre fuori c’è la sua casa, la sua cena, la sua sera. Sborra su quelle dita, per me.

E quando torni di là, niente mutande. Ti siedi accanto a lui con la passera ancora bagnata, e resti così tutta la sera. Lui ti guarda e non sa che tu, in questo momento, non sei più qui. Sei dove dico io.

Domani mattina, quando sei sola in casa, apri quel cassetto.

Sai già quale. Prendi il vibratore, accendilo. Ma non subito dove vuoi tu — non hai fretta, oggi il tempo lo decido io. Prima portalo alla bocca. Succhialo, giralo intorno alla lingua, bagnalo come se fosse mio. Poi falla scendere, quella punta che vibra: tra i seni, piano, sul ventre, più giù a ogni respiro.

E intanto chiamami.

Voglio sentirti. Non le parole — il fiato. Voglio sentirti respirare più forte mentre lo porti tra le cosce, voglio l’ansito che ti scappa quando lo appoggi sulla fica e capisci che non lo spegnerai finché non te lo dico io. Fallo per me. Solo per me, in quella casa che è sua, con la mia voce nell’orecchio.

E quando vieni, voglio sentirlo. Tutto.

Domani esci. Vai al supermercato, quello dove ti conoscono, dove ti vedono sempre con lui.

Niente reggiseno. Niente mutandine. Solo il vestito sulla pelle, e sotto soltanto quello che ho deciso io che porti — niente. Voglio che cammini tra le corsie sapendo di essere nuda sotto la stoffa, e che nessuno lo sappia tranne te. E me.

Voglio che ti guardino. Tutti. Voglio che si girino, che gli uomini ti seguano con gli occhi senza capire perché, che diventino duri al banco del pane senza sapere il motivo. Voglio che tu cammini in mezzo a loro come la cosa più desiderata della stanza — perché lo sei. Sei la mia. Il mio bisogno di godere ha la tua forma.

Che ti ammirino pure, quel culo disegnato, perfetto. Possono guardare quanto vogliono.

Ma è mio. Tutto mio.

Voglio che stasera ti metti a pecorina. Abbassi le mutandine, e con entrambe le mani apri le natiche, mostra a lui il piccolo buco — quello che hai dato solo a lui e a qualcun altro. Per farlo sfogare, per farti riempire dentro. Fatti usare. Con un preservativo, con il gel, così. E mentre lo fai, chiudi gli occhi: così puoi immaginare che sia io.

E stasera — se sei stata brava — vengo a prenderti.

Ti lego un guinzaglio al collo, di quelli da cani, e ti metto a quattro zampe. Prima mi lecchi il cazzo, me lo infili in gola e non ti lascio respirare, finché non vomiti saliva. Poi ti prendo per il collo e ti scopo al sangue, tutto dentro, colpi pieni, completi — quei respiri non me li dimenticherò mai. Come non dimenticherò la tua fica, che ho voglia di mangiarmi mentre vieni sulla mia lingua.

Sei stata brava?

Lo so che hai già la mano tra le gambe. Era da prima che cominciassi a leggere.

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