Ti ho scopata nel bagno del ristorante — racconto erotico

Un racconto erotico al ristorante. Una tavolata, un cenno, il bagno degli uomini. Quello che non potete dire lo fa il corpo, nel silenzio che il locale vi impone.

 

Mano femminile con unghie curate regge un calice di vino bianco, sera d'estate al ristorante, luce soffusa

 

Il sipario si deve sempre chiudere. Se lo lasci aperto, rischi che gli attori commettano degli errori.

Serata calda, nel pieno dell’estate. Siamo a cena con i rispettivi partner. Ci conosciamo, e gli sguardi parlano, danno spazio a parole che non possiamo dire. Si ride, si scherza. Bicchiere di vino bianco, il sole che quasi va a morire, tante voci, gente che discute di qualsiasi cosa.

Ma quel vestito. Il tuo profumo. Le tue mani curate. E la voglia che ho di te. Dipingono una follia, una cosa che ci fa oltrepassare il limite. Ci darà dipendenza.

La voglia non chiede permesso. Si infila tra una battuta e l’altra, mentre il tuo partner parla e tu annuisci e io ti guardo la bocca che finge di ascoltare. Ho voglia di te qui, adesso, in mezzo a questo rumore che ci protegge.

Ti sfioro il polso quando passo il pane. Un secondo. Nessuno vede. Tu non ritiri la mano.

È quello il punto, che non possiamo. Che c’è una tavola, ci sono loro, c’è tutto il locale a tenerci fermi. E proprio perché non possiamo, voglio. Voglio i pochi minuti rubati, voglio portarti via da questo tavolo senza che nessuno se ne accorga, voglio sentirti trattenere il respiro dove non puoi fare rumore.

Ti faccio il cenno. Gli occhi, il bagno, niente di più. Tu bevi l’ultimo sorso, posi il bicchiere, dici qualcosa di normale a chi ti siede accanto. Ti alzi.


Bagno degli uomini. Mi segui. Non si parla.

Ti abbasso i collant. Vorrei strapparli, non posso. Spingo la tua faccia contro il muro, ti tiro giù le mutandine, lo tiro fuori e ti penetro. Completamente. In piedi, così. Prima piano, poi veloce, forte, te lo meriti.

Ti prendo per i capelli. Poi ti copro la bocca. Vorrei urlare, ma c’è il mondo, fuori, a un muro di distanza. Qui dentro ci stiamo liberando. Abbiamo pochi minuti, poco tempo, e ti scopo come se non avessimo un giorno in più. Il confine non ha più un’entrata e un’uscita.

Ti dico che sto per venire. Non posso venirti dentro. Lo tiro fuori, una mano veloce, e mi fai sborrare nel gabinetto.

Non torno in me. Il respiro è troppo forte, mi tradisce.

E tu ti devi truccare di nuovo. Sistemare i capelli. Rientrare nella parte. Moglie. Stanca, distrutta, trascurata. Con le mutande bagnate.


Il tavolo è lì, identico. Qualcuno ha riempito i bicchieri mentre non c’eravamo. Tuo marito ti chiede se stai bene, dice che sei pallida. Tu sorridi, dici che è il caldo. Ti siedi.

Prendi il bicchiere con la stessa mano che mi ha fatto venire. Bevi con la stessa bocca che mi ha strappato le labbra. Ci guardiamo in modo vago, cosa dicono, cosa pensano, cosa stanno facendo. Ho il cuore a mille, faccio fatica a stare nella parte.

E adesso ci portiamo un segreto. Un altro. Qualcosa che prima non era mai successo.

Lo sapevamo, prima ancora di alzarci da questo tavolo. Che non sarebbe stata l’ultima. Che il prossimo invito a cena lo aspetteremo come si aspetta qualcosa che non si dovrebbe volere.

E adesso sai una cosa di te che ieri non sapevi. È questo che resta, non il segreto, ma quello che hai scoperto di essere disposta a fare.


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