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Facciamo un gioco. Facciamo finta che non ci conosciamo. Senza nomi, senza ruoli, senza domande. Senza sapere chi siamo.
Ti do appuntamento. Ti comunico il numero della camera e ti faccio trovare la porta aperta. Giovedì, alle 18:40. Non arrivare in ritardo: ho le ore contate.
Quando arrivi alla reception, devi dire soltanto il numero.
Entri, mi guardi, mi osservi. Mi stai studiando. In fondo, non ci conosciamo: stiamo soltanto facendo un gioco.
La porta si chiude alle nostre spalle.
Ti spingo contro il muro. Ti sollevo appena la gonna. Le mutandine sono già calde e umide; le sposto di lato con due dita e sento quanto sei pronta. Tremi, non riesci a mantenere il controllo. Sei in bilico su una corda tesa: potresti cadere.
Mi metto in ginocchio. Ti apro le cosce con le mani e ti lecco la fica. La lingua passa lentamente tra le labbra gonfie. Il clitoride scivola dentro la mia bocca, bollente; sotto la lingua si indurisce. Provo a entrare con un dito, poi lo tiro fuori e lo lecco. Mi preghi di fotterti. Vuoi che ti fotta.
Ti scopo contro il muro, con spinte corte e profonde. Le cosce ti tremano. Ti tengo sollevata, le mani sotto il culo, e continuo a muovermi dentro di te senza rallentare.
Poi ti porto sul letto senza uscire da te. Mi guardi negli occhi mentre ti scopo: le labbra semiaperte, il respiro corto. Ogni spinta ti fa inarcare la schiena.
Ti tengo sul bordo a lungo. Quando sento le tue pareti contrarsi a ondate, continuo a spingere fino a farti venire. Vieni con un urlo lungo e spezzato, tutto il corpo che trema sotto di me.
Aspetto.
Adesso sei sensibilissima, dopo il primo orgasmo. Ci guardiamo. Per un attimo chiudi gli occhi, poi li riapri. Respiri forte, e lentamente ti riprendi.
Ti giro a pecorina. Entro di nuovo, più facilmente, e ti prendo da dietro con spinte lunghe e pesanti. Le mani ti stringono i fianchi; le dita lasciano segni rossi. Ti guardo mentre ti scopo: la schiena inarcata, il culo che si muove ogni volta che arrivo in fondo. Ti prendo i capelli, li raccolgo in una coda e li uso per tirarti indietro la testa. Ho voglia di te. Ho soltanto fame di te.
Vieni una seconda volta: soltanto un tremito più lungo, mentre trattieni il respiro.
Ti giro di scatto sulla schiena, mi metto a cavalcioni sul tuo petto e ti schizzo in faccia. Il seme caldo ti colpisce le labbra, il mento, una guancia. Alcune gocce ti scivolano sul collo. Tu resti ferma, ansimante, a guardarmi mentre finisco di sborrare. Mi fai svuotare completamente.
Alle 19:30 il gioco finisce.
Ti sistemi i capelli davanti allo specchio. Controlli il telefono, raccogli la borsa e mi saluti come si saluta qualcuno che non si rivedrà.
Non ti chiedo dove andrai. Non posso. Le regole le ho scritte io.
Aspetto che tu esca. Poi faccio una doccia, metto la crema, sistemo i ricci e torno a essere l’uomo che tutti conoscono.
Alla reception prenoto la stessa camera per giovedì prossimo.
Chiedo soltanto una cosa: che sia libera alle 18:40.
Fuori, mentre cerco le chiavi della macchina, penso a te che torni da lui. Poi penso a mia moglie che mi aspetta.
Avevamo deciso di non avere nomi, ruoli o domande.
Ma non avevamo stabilito cosa fare della gelosia.
E forse è proprio questo gioco che finirà per rovinarci la vita.