Una cena in un ristorante di periferia. Siamo con le nostre famiglie.
Seduti secondo un ordine, perché tutto deve stare sempre in ordine. Perché l’ordine stabilisce i ruoli.
Scherziamo, ci facciamo le solite battute, le domande — quelle che si possono fare.
Loro prendono delle pizze. Io e te prendiamo un secondo.
La cameriera porta le posate, poi il pane, e lo dispone dalla mia parte.
Mi chiedi gentilmente se te ne passo una fetta.
La prendo. Te la passo.
Nel momento in cui stai per prenderla, le tue dita si chiudono sulla stessa fetta che tengo ancora tra le mie.
E mi fissi.
Improvvisamente sei già sul tavolo, sopra. Ti strappo le mutandine: non te le tolgo, te le strappo. Quel suono secco e sporco. Mi guardi con gli occhi persi e mi apri ancora di più le gambe.
«Mettilo», mi ordini con la voce rotta. «Adesso. Tutto.»
Non aspetto. Entro con una spinta violenta che ti fa perdere il respiro. Tiri indietro la testa ed emetti un gemito grezzo, forte. Divento un animale, mi diventa sempre più duro.
Ti prendo per i capelli, ti tiro la testa all’indietro e comincio a scoparti. Duro, violento, senza pietà.
Ogni colpo è secco, profondo. Il tavolo batte contro il muro e il suono umido della tua figa mi fa sprofondare nella dipendenza.
«Guardami.»
Tu mi guardi. Occhi lucidi, bocca aperta, respiro in affanno. Ogni volta che entro completamente, fai uscire un suono rotto. Ti aggrappi al bordo del tavolo con le unghie e muovi il bacino incontro al mio, cercando di prendermi ancora di più, perché ne vuoi ancora.
«Così… cazzo… così… non ti fermare…»
Ti lascio i capelli e, con tutte e due le mani, ti prendo per i fianchi e ti scopo ancora più forte.
Ti scopo con forza, come se tutto il desiderio che ci siamo tenuti dentro a tavola stesse uscendo adesso in una sola scarica.
Non ce la fai più. Cominci a gemere ad alta voce, senza più controllo.
«Mi stai… mi stai spaccando… Dio…»
Non rallento.
Ti giro di scatto e ti metto a pecorina sul tavolo, la faccia contro il legno. Entro da dietro con una spinta così profonda che urli. Di nuovo ti prendo per i capelli, tiro indietro la testa e ti scopo come un animale.
Ogni colpo è più duro del precedente. Tremi, le gambe cedono, ma io ti tengo su. Ti riempio completamente a ogni spinta.
Quando vieni, lo fai in modo violento, contraendoti tutta intorno a me, stringendomi mentre continui a godere a ondate.
Mi avvicino al tuo orecchio mentre stai ancora godendo. Adesso tocca a me. La testa ancora sul tavolo, la mia mano tra i tuoi capelli. E mentre vengo dentro di te, ti dico, con la voce ormai senza forza, che sei mia. Sei solo mia. E non sei mai stata di nessuno.
Restiamo così per qualche secondo, ancora uniti, sudati, tremanti.
La fetta è ancora tra le nostre dita.
Nessuno dei due ha ancora mollato la presa.
Abbiamo scambiato del pane e, in quello sguardo, ci siamo detti tante cose.