Un rituale che si ripeteva ogni mattina alle cinque, nel buio, senza mai essere nominato.
I led attaccati sopra la cornice del letto, la doccia in mezzo alla stanza con grandi vetri trasparenti, la finestra che intrappolava i rumori di Milano.
Lei dormiva sempre sul fianco destro.
Avevo un rituale. Per una settimana intera, ogni mattina, mi alzavo lentamente, spostavo il lenzuolo con una cura esagerata e mi mettevo in ginocchio sul materasso. Le separavo piano i glutei con le mani — due pollici, tre, quanto bastava — e rimanevo lì. Immobile. A guardare.
C’è una forma di voyeur che non ha bisogno di nascondersi. Non spia da una finestra, non si vergogna. Sta lì, in piena luce, e osserva quello che gli appartiene.
Non ho mai rinnegato le mie perversioni.
Abbassavo la testa e cominciavo a leccarlo. Con la lingua facevo dei cerchi, e lentamente infilavo sempre di più la mia calda lingua — scavavo, lo penetravo. Era una sorta di adorazione, era qualcosa che non potevo fermare. Mi piaceva tanto. Ogni mattina alle cinque ti leccavo l’ano.
Andavo avanti finché non sentivo il suo respiro cedere del tutto.
Poi mi rialzavo, mi distendevo accanto a lei, e aspettavo il giorno.
Non ne parlavamo mai. Assecondavi il mio bisogno nel silenzio più curato. Forse scappavo dalla fame. Di te, ne ero ossessionato.
Dopo, colazione. Occhiali da sole, in mezzo al caos dei tavoli — cercavo l’opzione migliore per non fiatare. Ridevi con me. Mi tenevi la mano perché sapevi che poi saresti andata via.
Ci sono immagini che, sfogate, rimangono attaccate ai ricordi più strani.
Quel culo sapeva di buono.
—
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