Il peccato di desiderarti

Racconto · 5 min di lettura

 

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Ci diamo appuntamento per parlare.

Scegliamo un orario che vada bene a entrambi, come se fosse un incontro qualunque. Le solite cose che non funzionano, le giornate tutte uguali, la noia che si insinua nelle nostre vite e finisce per renderci fragili.

Suoni alla porta.

Ti apro e ti offro un caffè. Ne ho già bevuti troppi oggi, ma un altro sicuramente non mi farà male quanto te.

Sorridi, come se avessi capito perfettamente cosa intendo.

Ci sediamo sul divano, a una distanza che, almeno all’inizio, sembra sicura.

Parliamo a bassa voce di cose inutili, dei problemi di ogni giorno, delle nostre vite che continuano a scorrere come se tra noi non stesse accadendo nulla.

Come se le parole potessero tenere a bada tutto il resto.

Ma non funziona.

Mi guardi troppo. E io non abbasso lo sguardo.

C’è qualcosa di diverso nel tuo modo di fissarmi. Non hai più quella sicurezza che mostri quando siamo lontani, quando uno schermo ci permette di dire tutto senza affrontarne le conseguenze.

Adesso siamo qui.

Soli.

Il silenzio si fa ambiguo. Abbassi gli occhi sulle mie labbra, le osservi per qualche secondo, poi torni a guardarmi.

«Fallo», sussurri.

Non ti muovi. Aspetti.

E in quella parola sento tutto quello che ci siamo negati per anni: le provocazioni, i ripensamenti, le conversazioni interrotte proprio quando diventavano troppo sincere.

Mi avvicino.

Ti prendo per i polsi e ti attiro verso di me. Tu assecondi il movimento, annullando l’ultima distanza che ci separa.

Non c’è dolcezza studiata, nessun gesto preparato. Soltanto la fretta di due persone che hanno trascorso troppo tempo a immaginare quel momento.

Ci baciamo.

Con una fame che abbiamo tenuto a freno per anni.

E per qualche istante smettiamo di parlare di quello che è giusto e di quello che è sbagliato.

Rimaniamo soltanto noi, il divano e una porta chiusa alle nostre spalle.

Prima la maglia strappata dalla testa in un gesto secco, il reggiseno slacciato con foga, ma prima tiro fuori i seni, i tuoi capezzoli sono già duri. Le mani le corrono sulla schiena nuda, calde, impazienti, mentre la baci con una fame che hai tenuto a freno per troppi anni.

Sento che tremi quando ti slaccio i pantaloni, non si parla, sono attimi, sono istanti, sono fitte che dureranno per sempre. Le mutandine fradice.

Ti spingo indietro contro il divano e ti faccio cadere seduta. Mi tiro giù i pantaloni quel tanto che basta, prendo il cazzo duro e lo strofino lento contro la figa bagnata, sentendo quanto è calda.

Poi, senza dirti nulla, ti penetro tutta d’un colpo.

Un gemito rotto ti esce dalla gola.

Ti sento stringere forte, quasi a rifiutarmi, poi ad aprirti, il tuo peccato, il tuo demone, la tentazione che ti apre completamente.

Sorrido contro la tua bocca e ti bacio quasi come se volessi morderti, mentre continuo a scoparti senza rallentare.

Ti sento stringere sempre di più, le cosce che tremano, il respiro che si spezza.

Le pareti della figa mi imprigionano a ondate violente.

Un urlo ti sale dalla gola, acuto, disperato.

Ti chiudo la bocca con la mano, premendo forte sul volto mentre continuo a scoparti attraverso l’orgasmo.

Pochi secondi dopo arriva anche il mio orgasmo.

Il piacere mi esplode in fondo alla schiena, violento.

Ti stringo i capelli ancora più forte, ti mordo la spalla, ti sparo tutta la sborra dentro con spinte corte e profonde.

Con la mano libera ti afferro un seno e te lo stringo quasi fino a farti male, il pollice che ti schiaccia il capezzolo mentre continui a venire a ondate. Sento ancora contrarsi la tua figa.

Non mi guardi.

È la prima cosa che noto.

Fino a pochi istanti prima cercavi continuamente i miei occhi. Adesso sembri incapace di sostenerli.

Ti infili la maglia alla rovescia, senza reggiseno. Poi raccogli i pantaloni e cerchi di indossarli in fretta, con movimenti goffi, quasi disperati.

Le mani ti tremano così tanto che fai fatica ad abbottonarli.

Non vuoi parlare.

Io resto lì, immobile, a osservarti. Vorrei dirti qualcosa, ma non saprei nemmeno da dove cominciare.

Non ti sistemi i capelli. Non controlli neppure come sei vestita.

Prendi il profumo e te lo spruzzi addosso in fretta, più volte.

Come se volessi cancellare il mio odore.

Come se, tornando a casa senza portare addosso nessuna traccia di me, potessi convincerti che non sia successo niente.

Ti avvicini alla porta.

«Mi dispiace.»

Sono le uniche parole che riesci a pronunciare.

Poi esci di corsa.

Sento i tuoi passi, il rumore delle scarpe, il portone che sbatte.

E infine il silenzio.

Mi guardo attorno, ancora nudo, in una stanza che improvvisamente sembra diversa.

Il divano è lo stesso. Il caffè è ancora sul tavolino. La porta è chiusa.

Eppure qualcosa è cambiato per sempre.

Continuo a pensare a te.

Non soltanto a quello che è successo, ma soprattutto a come te ne sei andata. Alle mani che tremavano, alla maglia infilata al contrario, a quel profumo spruzzato con la fretta di chi tenta inutilmente di nascondere una colpa.

Il silenzio che mi hai lasciato fa più male di tutto il resto.

Peccato. Senso di colpa. Dipendenza.

Sei il quadro che non ho mai lasciato andare. Quello che ho sempre portato con me, anche quando fingevo di averlo dimenticato, nascondendolo in ogni piccolo spazio della mia vita.

Forse domani mi scriverai che è stato un errore.

Che non sarebbe mai dovuto succedere.

Che dobbiamo fermarci.

E io ti darò ragione, come ho sempre fatto.

Ma conosco già il modo in cui ricomincerà tutto.

Una parola innocente. Una provocazione. Uno sguardo trattenuto un secondo di troppo.

Poi di nuovo il desiderio.

Poi di nuovo la colpa.

Tornerai.

Lo so che lo farai.

E io ti aspetterò.

Ci sono storie che non tieni per te.

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