Resta, principessa

 

Racconto erotico anale — due bicchieri di vino rosso nel buio

 

 

Io e te siamo qualcosa che non ha bisogno di essere raccontato, non possiamo spiegare un segreto: noi siamo nascosti dentro il buio della luna.

Al buio, senza parlare, ci guardiamo, ci tocchiamo. Il tuo corpo nudo, il mio pure. Odori, mani che si riempiono di vene, sangue che trattiene tutte le forze che possiamo avere. Ti accarezzo i capelli, ti sento cedere, ti sento tra le mie mani. Ti sdrai accanto a me, ti tocco, lentamente. Apri le gambe per me, giochi, vuoi giocare. E ti lecco, prima le gambe e poi arrivo tra le tue gambe. Sei calda, sei una poesia, sei la mia principessa. La tua fica: ci soffio sopra, voglio sentire, voglio vederti impazzire. Ti succhio le dita, una per una, mentre ti guardo.

E arrivo. Tra le tue gambe il buio è più caldo, più fitto. Mi fermo un istante, solo a guardarti, le cosce che tremano appena, la pelle che chiede. Poi la lingua. Lenta. Un movimento solo, dal basso, che ti apre. Ti sento inarcare, la mano che cerca i miei capelli e stringe. Non ho fretta. Ripasso lo stesso solco, ancora, e ancora, come si legge una riga che non si vuole finire.

Ti lecco piano, ascoltando il fiato che cambia. Ogni volta che salgo ti fermi di respirare, ogni volta che scendo lasci andare un suono che non è una parola. Le gambe si aprono di più, da sole, senza che tu lo decida. Sei bagnata, sei viva sotto la mia bocca. Continuo. Non voglio arrivare da nessuna parte, voglio solo restare qui, dove ogni tuo tremore mi dice che stai cedendo.

Ti tiro su. Le mani nei capelli, ti stringo, non per farti male, per tenerti, perché tu senta dove sono. A pecorina, la schiena che si incurva da sola, offerta. Ti prendo così. In profondità, dentro fino a sentirti tutta, e tu ti apri, spingi indietro, mi vieni incontro a ogni colpo. Intensamente, come quello che siamo io e te: niente di gentile, niente di finto, solo la verità di due corpi che si conoscono al buio.

Ti infilo due dita in bocca. Le succhi, gli occhi che cercano i miei sopra la spalla. Le tiro fuori bagnate e scendo, lente, lungo la schiena, fino a dove adesso ti voglio. Il tuo culo. Ci giro intorno piano, con le dita ancora umide, sento che cedi, che ti apri anche lì per me. Non ho fretta. Premo appena, ascolto il fiato che si spezza, aspetto che sia tu a spingere indietro, e tu lo fai. Entro lentamente, un centimetro alla volta, tenendoti ferma per i fianchi mentre ti prendo anche quello.

E ti prendo tutta. Ogni parte di te la voglio, e la prendo. Sei stretta, sei profonda, ti sento aprirti sotto di me, per me. Spingo dentro il tuo culo mentre gridi, e non è dolore, è il contrario, è che lo vuoi. Dimmelo. Voglio sentirtelo dire mentre ti tengo per i fianchi e non mollo. Sono qua, dietro di te, dentro di te, e non so fino a quando reggo.

Ma lo sento arrivare. Da lontano, dal basso, quella corrente che sale e non si ferma. Accelero, ti stringo più forte, la schiena tua che si inarca, il mio fiato che si rompe contro la tua pelle. E vengo. Dentro di te, senza sosta, senza limite. Ti riempio mentre urli il mio nome nel buio, e io non smetto, continuo a spingere anche dopo, svuotandomi tutto, ogni goccia, dentro il tuo culo che mi tiene.

Poi il silenzio. Il fiato. I nostri corpi che restano incastrati, madidi, immobili. E la luna che non ha visto niente.

Il telefono può squillare quanto vuole. Non lo sento, non lo cerco. Resto qua. Ti tiro contro di me, la schiena tua contro il mio petto, le mie braccia intorno a te come un nodo che non si scioglie. Sudati, spenti, vivi. Sento il tuo cuore rallentare piano contro il mio braccio.

Due bicchieri. Il vino rosso che gira nel buio, l’unica cosa che brilla in questa stanza. Te ne porgo uno senza alzarmi del tutto, senza staccarmi da te. E ti faccio ridere. Lo faccio davvero, una cosa stupida detta piano contro i tuoi capelli, e tu ridi, quella risata che non fai vedere a nessun altro. La sento vibrarti nella schiena, dentro le mie braccia.

Principessa. Rimani. Non c’è nessun altrove stanotte. Solo questo: il vino, la tua risata, il buio della luna che ci tiene nascosti ancora un po’.

Te ne vai nel buio, piena di me, e lo sai. Cammini con le gambe che ancora tremano, portandoti dentro tutto quello che ti ho lasciato, che ti cola addosso a ogni passo e ti ricorda dove sono stato.

Domani sarai un’altra. Vestita, composta, la voce ferma. Nessuno vedrà niente. Ma sotto i vestiti ci sarà questo, il mio marchio, il segreto che ti pesa e ti piace pesare. E alla prima occasione, sola, ti toccherai ancora. Le dita che cercano dove sono stato, che si riempiono di me. Te le succhierai una per una, lentamente, gli occhi chiusi, pensando a stanotte.

Perché è questo che siamo. Non quello che si racconta alla luce. Quello che resta nascosto dentro il buio della luna, e non muore mai.


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