Tornerai a casa più dolce — racconto erotico cunnilingus

Un racconto erotico cunnilingus che non si lava via. Un pomeriggio, una bocca, e quello che porti a casa dopo.

 

 

racconto erotico cunnilingus — borsa nera e mutandine sul letto.

Stai leggendo questo a letto. Sola. La mano libera sa già dove vorrebbe andare.

 

 

Hai voglia e non sai come dirlo. Vuoi essere scopata e portarti a casa tutto quello che viene dopo, il senso di colpa, il peso, la vergogna che ti tiene sveglia. Lo so da prima che arrivassi.

Abbiamo un’ora. Forse meno.

Entri, ti fai strada da sola. Non parliamo. Ci guardiamo.

Ti siedi a bordo letto. Ti sfili le mutandine, le pieghi, le infili nella tua piccola borsa nera. Gesto preciso, già deciso, come se sapessi già come finisce e volessi tenere tutto.

Apro le tue gambe.

Il tocco. Il respiro che si abbandona.

La tua fica è la mia fame.

Mi metto in ginocchio e lavoro piano. Non ho fretta anche se il tempo è poco, la fretta è una cosa che non ti ho mai dato. Ti tengo aperta con due dita e uso la lingua nei punti che conosco, quelli che hai detto solo a me, quelli che lui non trova e non cerca più.

So che lui non ti tocca.

Non lo dico ad alta voce. Lo penso mentre ti sento montare sotto la mia bocca, mentre ti aggrappi ai miei capelli e cerchi di rallentarmi e non ci riesci. Lo penso e non provo niente che assomigli a vittoria, solo la consapevolezza secca di una cosa vera.

Le tue mani cercano di fermarmi la testa. Non ci riesci.

La mia lingua lavora dentro di te lentamente, con una pazienza che non ti aspettavi. Il tuo sapore sulla punta, amaro e caldo, reale come nient’altro in questo pomeriggio. Ti tengo aperta con le mani e non smetto. Non smetto finché non sento che cedi.

La prima volta vieni in silenzio. Quasi composta. La testa girata di lato, il respiro trattenuto fino all’ultimo.

La seconda volta mi stringi le gambe sul viso. Mi tiri i capelli all’indietro con tutte e due le mani. Non è silenzio, è qualcosa che hai tenuto chiuso a lungo e adesso non riesci più.

Ti giro.

Ti prendo a pecorina e ti stringo i capelli in un pugno. Il mio cazzo sbatte sempre più forte e tu abbassi la testa nel cuscino e smetti di pensare a tutto quello che c’è fuori da questa stanza.

Ogni volta che l’ho fatto, negli ultimi mesi, eri tu. Anche quando non eri lì. Eri sempre tu.

Voglio sentirti urlare.

Non per me, per te. Perché te lo meriti, perché è da troppo tempo che trattieni tutto, perché in questa stanza non devi tenere niente. Urla quanto vuoi. Questi muri non raccontano niente a nessuno.

Le tue urla restano qui. Le porti via tu, dentro, dove nessuno le sente tranne te.

Non ce la faccio più.

Lo senti dal ritmo, lo senti che cambia qualcosa nell’aria della stanza. Ti stringo i fianchi con le mani e non rallento, è l’opposto, è un punto di non ritorno che ha la sua logica e non chiede permesso.

«Sborrami dentro.»

Sì.

Vengo dentro di te con una violenza che non programmo. Resto fermo. Le mani sui tuoi fianchi che non mollano. Gli occhi in alto, su un punto del soffitto che non esiste, un cielo chiuso, una luce che non è luce, il silenzio esatto di dopo.

Veniamo insieme o quasi, qualche secondo di distanza che non conta, che sparisce.

Resto dentro finché non sento che hai finito anche tu.

Poi mi chino sulla tua schiena. La bocca vicino all’orecchio.

«Tienila tutta. Fino a quando arrivi a casa.»

Tu non rispondi. Annuisci con la testa ancora nel cuscino.

Non serve altro.

Ti rimetti le mutandine lentamente, quelle che avevi piegato all’inizio, conservate nella borsa nera. Fai fatica ad alzarti. Senti tutto quello che ti ho lasciato dentro, senti che scende un poco mentre cerchi l’equilibrio.

Il telefono vibra. Lui che chiede quando torni.

Di corsa.

In macchina non pensi. Guidi e basta. La fica ti pulsa ancora, usata, piena, e ogni dosso della strada te lo ricorda.

Arrivi a casa. Lo baci sulla bocca.

Con quella bocca lì.

Sul divano vi sedete vicini come sempre. Gli accarezzi i capelli con una mano. Lui parla, della giornata, di qualcosa che non senti davvero, e tu annuisci, gli tieni la testa tra le dita, e dentro hai ancora me.

Lui finge di ascoltarti.

Tu fingi di essere tornata.

Quando vai a letto lui ti cerca. Una mano sulla schiena, distratta, automatica. Tu ti sposti di un centimetro. Non lo fai per cattiveria. Lo fai perché la sua mano dopo la mia è una mano sbagliata, troppo conosciuta, troppo poco.

Lui si gira sull’altro fianco.

Tu resti sveglia.

Aspetti che il suo respiro diventi pesante. Conti i secondi tra un’inspirazione e l’altra finché non sono lunghi, regolari, lontani da te.

Allora ti sposti.

La mano va sotto il lenzuolo piano, senza tirarlo. Le dita scendono lungo la pancia, sotto l’elastico delle mutandine pulite, fino in mezzo alle gambe.

E lì lo trovi ancora.

Il mio odore. Sopravvissuto al rientro, alla cena, al bacio sulla bocca, ai capelli accarezzati sul divano. Intrappolato dentro di te, dove nessun sapone è arrivato.

Ti porti le dita al naso nel buio.

Pensi alla mia bocca su di te per un’ora intera. Al cazzo che ti ha riempita. A quando ti ho detto di tenerla tutta dentro fino a casa, e tu hai obbedito. Tu obbedisci solo a me.

Lavori le dita piano. Lente. Nel ritmo che ti ho insegnato io.

A un certo punto trattieni il respiro. Stringi le cosce intorno alla mano. Lui si muove nel sonno, un sospiro pesante, un voltarsi, e tu congeli per due secondi. Il cuore in gola. Le dita ferme.

Poi lui torna immobile e tu riprendi.

Vieni con la bocca chiusa. I muscoli che tremano sotto le lenzuola. Una lacrima che ti scende sulla tempia e non sai cos’è, se piacere, se vergogna, se sollievo che è finita o paura che possa finire davvero.

Lui dorme.

Lo guardi di profilo nel buio. È un uomo buono, conosci ogni suo respiro da anni, ed è quasi più estraneo del mio odore che hai ancora addosso.

Ti porti le dita alla bocca.

Sorridi.

Ti viene da ridere.

Poi da vergognarti.

Poi da ridere ancora, e quella seconda volta è peggio.

Sei sporca, e ti stai eccitando di nuovo, sola, accanto a un uomo buono che dorme.

Sei la puttana di te stessa stanotte. Non c’è nessuno a cui rispondere, non c’è nessuno da incolpare, non c’è nessuno a cui dirlo. Solo tu, le tue dita, la tua bocca, il mio odore.

Sei ancora calda. Stai ancora pulsando. Sotto le lenzuola pulite il tuo corpo non ha capito che la giornata è finita, o ha capito benissimo che non finisce finché non lo decidi tu.

Lo rifarai.

E già lo sai.

Sapevi tutto. Eri sveglia. Eri viva. Eri sua. Eri tua.

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Alcune cose le lascio fuori da queste pagine. Le scrivo solo per chi mi legge da vicino. Seguimi su Substack.

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