![]()
«Torno domani.»
Non mi ha chiesto dove. Si fida.
Ho preso il treno che mi porta da te. Sacrificando me, per una volta. Dando ragione a me, che ho bisogno di te.
L’hotel, un nome che non è il mio. Alla reception si perde e si guadagna.
Ti mando un messaggio. Stai per arrivare. La stanza è la 314.
La prima e l’ultima volta per noi. Lo farò adesso e poi non ti voglio vedere più.
Bussi alla porta. Apro. Sei tu.
Cappotto leggero, capelli raccolti male, gli occhi pieni di bugia che copri perché mentire è vivere. E tu adesso lo farai con me, anche se per qualche ora.
Ti conosco da prima di tutto. Da prima che lui esistesse, da prima che io esistessi per lei. E adesso siamo qui, a fare quello che non abbiamo mai avuto il coraggio.
Resti ferma, pochi secondi. Fai cadere la borsa per terra.
Mi avvicino. Ti slaccio il vestito sulla schiena. I brividi che diventano ombre sul muro. Piccoli spazi che vengono dopo i respiri.
La stanza 314
Ti prendo la mano sinistra. Ti sfilo la fede piano. La poso sul comodino, accanto alla mia.
Ti bacio per la prima volta. La tua bocca ha il sapore del caffè che stamattina hai bevuto prima di venire da me.
Ci stacchiamo un secondo. Mi guardi come si guarda una cosa che non doveva succedere e che invece sta succedendo.
«Sei venuto», dici piano.
«Sei venuta.»
E poi non parliamo più.
Ti spingo contro il muro. Le mie mani che vanno ovunque. Ti avvolgo con tutta la fame che ho di te. Ti annuso, ti respiro, ti desidero, ti sento.
Il profumo sul tuo collo che si mischia con il mio. Essenza di follia mischiata con la paura di non poterne fare a meno.
Ti sollevo. Mi stringi le gambe intorno ai fianchi. Ti porto sul letto senza staccarmi da te. Senza darci il tempo di pensare a chi siamo fuori da questa stanza.
Ti distendo.
Mi guardi da sotto. Occhi lucidi, capelli sul cuscino, il cielo buio con una luna rossa.
«Lentamente», dici.
«Lo so.»
Abbiamo solo questa notte.
Ti apro le gambe. Mi abbasso. Ti lecco come si legge una cosa che non si è mai potuta dire ad alta voce.
Stringi il lenzuolo tra le mani. Urli a bassa voce. Non ho mai visto nessuna donna venire così.
Mi alzo. Ti penetro.
Entro piano. Un centimetro alla volta, guardandoti negli occhi, senza staccarmi.
Tu apri la bocca senza fare rumore. Le mani si stringono al lenzuolo.
Dentro di te è caldo. È bagnato. È una cosa che ti ho fatto io con la lingua e che adesso mi accoglie come se mi stesse aspettando da sempre.
Mi fermo a metà. Solo per sentirti tremare.
Poi spingo fino in fondo.
Comincio a muovermi. Lento. Tu mi segui. Le tue mani sulla mia schiena, le unghie che cominciano a piantarsi.
Ogni volta che entro, sento i tuoi muscoli stringermi come se non volessero lasciarmi andare.
Mi abbasso sul tuo orecchio. Non smetto di muovermi.
«Lui ti scopa così?»
Tu scuoti la testa. Non riesci a parlare.
«Dimmelo.»
«No.»
«No cosa.»
«Non me lo fa così.»
«E cosa vuoi adesso.»
«Te.»
«Solo me?»
«Solo te.»
Spingo più forte. Tu gridi e io ti copro la bocca.
Sopra il letto c’è uno specchio. Ti ci guardi.
Per la prima volta in tutta la sera, non distogli lo sguardo. Ti guardi mentre ti scopo. E quello che vedi non lo dirai a nessuno mai.
«Sto venendo», dici. «Ti prego.»
«Vieni. Per me. Solo per me, stasera.»
Le tue unghie mi entrano nella schiena. Il tuo respiro è una cosa rotta che non riesce più a tornare normale.
«Ti senti?» ti dico nell’orecchio. «Ti senti com’eri fatta?»
«Sì.»
«Per chi?»
«Per te.»
«Dillo bene.»
«Sono fatta per te.»
E in quella frase detta con la voce rotta c’è tutta la donna che a casa non sa più di essere — la donna che esce solo qui, in questa stanza, sotto di me.
Spingo più forte. Una mano sul tuo collo, leggera. L’altra che ti cerca la bocca per soffocarti il grido.
Vieni. Vieni urlando contro il palmo della mia mano. Vieni con tutto il corpo che si stringe e si rilascia e si stringe ancora.
E mentre vieni ti dico, piano, contro la guancia:
«Brava. Sei la mia, stanotte.»
Quello che lei porterà a casa
«Non muoverti», dici piano. «Resta così.»
E resto.
Ti scosto i capelli dalla fronte. Sei sudata. Sei bellissima.
Non te ne vuoi andare. Ti aspetta a casa.
Io invece, stanotte, dopo che te ne sarai andata, mi addormenterò con il tuo odore addosso. Perché è tutta una vita che ti voglio.
Domani farò i conti con quello che mi resta.
Ti alzi. Ti rimetti il vestito senza guardarmi. I capelli con le mani, alla bell’e meglio.
Vai al comodino. Prendi la tua fede. La guardi un secondo, ferma sul palmo. Poi te la rimetti al dito, piano, come si rimette una cosa che non si è mai tolta davvero.
«Vado», dici.
«Vai.»
Non ci salutiamo. Le persone come noi non si salutano.
La porta si chiude piano.
Resto sul letto. Nudo. Le lenzuola ancora calde di te, il tuo profumo addosso, una macchia di rossetto sul cuscino che non sapevo di avere.
Tu mi hai conosciuto prima di tuo marito.
Lo sai tu. Lo so io.
Stanotte te l’ho ricordato con la bocca, con le mani, con il modo in cui mi hai guardato quando sei venuta — quello sguardo lì non si fa a uno sconosciuto. Si fa a chi sapevi che saresti finita per scopare un giorno, da sempre. È quello che chiamiamo desiderio trattenuto fino a non poterne più.
Adesso stai tornando a casa da lui.
Lui ti stringerà. Ti chiederà com’è andato il viaggio. Tu dirai bene. Una donna che torna a casa da un altro sa farlo bene.
Si addormenterà pesante, di un sonno che non sa niente.
E tu aprirai gli occhi nel buio.
Da stanotte, quando lui ti dormirà accanto, tu non sarai più lì.
Avrai una stanza dentro.
Un numero.
Due fedi sul comodino.
E me, nel punto esatto in cui nessun marito può arrivare.
Alcune cose le lascio fuori da queste pagine.
Le scrivo solo per chi mi legge da vicino. La versione di questa stanza che non finisce alle 314, le notti che non ho ancora pubblicato, le donne che ritornano dopo che hanno detto mai più.
Te le mando se vuoi seguirmi.
→ Iscriviti a By Nyno su Substack
Per altri racconti erotici italiani.
1 commento su “Amante in hotel”