Un racconto erotico italiano tra due sposati. Manette portate da lei, pettine alla fine. Dominazione e cura nello stesso pomeriggio.
Certe volte la paura soffoca dentro la perversione. La sensazione è di voler andare via, e non tornare. Di scappare lontano da questa vita.
Ti capisco.
Suoni il campanello. Fuori piove, il cielo è scuro, è carico. Apro, e sei tu. Mi fissi, mi guardi, vuoi il mio cenno.
Ti lascio entrare. Ti prendo da dietro con forza, ti strappo le mutande. Mi perdo nel tuo odore, nel tuo dolore.
Tiri fuori le manette dalla borsa. Vuoi che ti leghi alla testata del letto.
Mi preghi. Mi dici ti prego legami, me lo urli a bassa voce, sei disperata, mi stai pregando di farlo.
Lo faccio. Lo faccio alle mie regole.
Avvicinati. Vieni. Lentamente. Dammi i polsi.
Ti lego.
Ti guardo negli occhi, le gambe aperte, e attendi.
Apro la tua bocca con due dita, ti ci sputo dentro. Poi con le altre due dita prendo la saliva dalla tua lingua, e comincio a toccarti la fica. Respiri. Sento il tuo cedimento alle mie dita, al movimento lento che faccio tra il tuo clitoride e la parte sinistra della fica.
Capezzoli duri, pelle bianca. Sei mia.
Il tuo corpo nudo, legato, aspetta che io adesso ti lecchi la fica. Scendo lentamente tra le tue gambe. Non puoi toccarmi, non puoi chiudermi, non ti puoi opporre. Te la lecco lentamente, te la lecco piano, te la assaggio come se avessi solo te, solo quel pezzo di carne che mi dia pace.
Sei un mare. Sei bagnatissima, mi cola tutto dentro la bocca.
Lui non lo sa cosa vuoi. Non lo può sapere. Ho io più fame di ogni pasto che lui non ha mangiato.
Mi abbandono alla tua vagina.
Mi dici di scoparti forte. Mi dici che vuoi solo il mio cazzo. Mi dici che lo vuoi da tempo ma non riuscivi mai a farlo. Ti lasci andare. Ti sento.
Ti rispondo con un mezzo sorriso sporcato dalle mie fossette.
Chiudi gli occhi. Adesso te lo infilo tutto dentro.
Ma prima di penetrarti, lo infilo nella tua gola. Ti scopo la gola. Sento che sputi, sento che hai una voglia del mio cazzo, solo del mio. Non ci entra tutto.
Bagnalo. Riempilo di saliva. Adesso ti penetro la fica.
Te la rompo. Te la distruggo. È mia, è solo mia.
Adesso mi fermo. Ti guardo. La tua bocca aperta, il fiato corto, i polsi che tirano contro l’acciaio sopra la tua testa. Mi fermo per vedere se sei ancora qui con me. Se sei ancora la donna che ha suonato il campanello sotto la pioggia, o se sei diventata altro.
Sei diventata altro.
Mi guardi e mi dici di non fermarmi.
Riprendo. Più lento, più profondo, ogni spinta arriva fino in fondo, e tu non hai più voce, hai solo respiro, hai solo il battito delle vene sul collo che si gonfia e si sgonfia a ogni colpo. Le manette suonano contro il legno della testata, un tintinnio metallico che non smette, una campana che batte il ritmo che decido io.
Ti tengo per la gola. Non stringo, appoggio. È più forte non stringere. La mia mano sa di te, di saliva, di quello che ti ho strappato di bocca prima. Tu socchiudi gli occhi e mi chiedi di sputarti ancora dentro.
Lo faccio. Apri la bocca senza che te lo dica.
Esco da te. Lentamente. Tu mi guardi come se ti avessi tolto qualcosa, e io rimango lì un secondo, tra le tue gambe, il mio cazzo bagnato di te che cola sul lenzuolo. Ti guardo bene, tutta, dai polsi legati ai piedi che non sanno dove andare. Sei una linea aperta. Sei un foglio bianco con la mia firma sopra.
Ti giro. Te lo faccio io, tu non puoi. Le manette si torcono, i polsi si incrociano contro la testata, e adesso sei a pancia in giù, il viso sul cuscino, le ginocchia sotto di te. Il culo alzato. Le gambe aperte quel tanto che basta.
Ti accarezzo la schiena, dalla nuca al fondo. Una volta sola. Non è tenerezza. È riconoscimento del territorio che adesso prendo.
Ti sputo sul culo. Lentamente. Vedo la saliva scendere sulla pelle, fermarsi, scivolare. Tu non dici niente. Tu aspetti.
E poi me lo chiedi.
Mi dici di masturbartelo lentamente, con un dito.
Godo ogni minuto. Ti sento tremare, ti sento gridare, ti sento abbandonare completamente.
Ti sborro in faccia. Lentamente lo sego davanti al tuo viso.
Tira fuori la lingua. Due dita ti violentano la gola. Sto per sborrare.
Così dai, così. Sì, tirala fuori quella lingua, tirala fuori.
Ti mando da lui con la mia sborra in bocca. Così quando ti bacia, assaggerà pure lui.
Sì, ti schizzo in faccia. Sì, sei così, sporca di sperma. Ne ho tanta. Ho le palle piene, le svuoto su di te.
Che peccato che sei. Ho dato alla tentazione il cibo che voleva.
Legata. Sborrata. Con la fica rotta e il culo aperto, che ho masturbato, leccato, adorato. Il tuo culo è rotto.
Ti slego.
Le mie mani sulla chiave, le tue braccia che non sanno ancora che sono libere. I polsi rossi, il segno dell’acciaio inciso sulla pelle, due cerchi che dureranno fino a domani mattina. Te li guardo prima di toccarli. Poi te li prendo, uno alla volta, e te li bacio dentro, dove la pelle è più sottile.
Ti porto in bagno. Non cammini, ti porto io. Le tue gambe non reggono ancora. Non è debolezza, è quello che resta quando finisce.
Acqua tiepida. Ti siedo dentro la vasca. Mi inginocchio fuori, le maniche tirate su, e ti lavo. Le spalle, la schiena, il collo. Tra le gambe, dove sono stato io. La saliva, lo sperma, quello che resta del pomeriggio. Te lo tolgo tutto, lentamente, come se stessi cancellando le prove di un reato che non rinnegherò mai.
Tu non parli. Non serve. Tieni gli occhi chiusi e respiri come si respira dopo aver pianto a lungo, anche se non hai pianto.
Ti asciugo. L’asciugamano grande, quello buono, addosso alla tua pelle ancora calda. Ti tampono, non strofino. Ti tampono come si tampona una ferita che non vuoi che si chiuda subito.
Ti faccio sedere sullo sgabello davanti allo specchio. Sto dietro di te. Prendo il pettine.
I tuoi capelli sono ancora bagnati, scuri, pesanti. Comincio dalle punte, sciolgo i nodi piano. Non strappo mai. Risalgo verso la nuca un poco alla volta. Ogni passata è una preghiera che non si dice. Tu guardi te stessa nello specchio, e vedi una donna che non sei quando esci di casa. Vedi me dietro, le mie mani che fanno una cosa che non avresti mai pensato che facesse uno come me.
Ti pettino come si pettina una figlia, una sposa, una morta.
Una di queste tre, scegli tu.
Ti metto la crema sui polsi. Massaggio piano, dove i cerchi rossi sono più scuri. Ne metto un po’ di più, perché possa entrare bene. Perché stanotte, quando ti tocchi i polsi sotto le lenzuola di casa tua, tu senta ancora il mio profumo prima del suo.
Ti vesto.
Le mutande prima. Te le faccio scivolare lungo le gambe, le tiro su. Le calze, una alla volta, te le sfilo sui polpacci con la stessa cura con cui un’ora fa te le strappavo. Il reggiseno, i ganci sulla schiena, le mie dita che sanno trovarli senza guardare. L’abito, infine. Te lo abbasso sulle spalle, te lo sistemo sui fianchi.
Sei vestita come quando sei arrivata. Non sei la stessa.
Ti porto in cucina. Un bicchiere di vino rosso, un Nero d’Avola, di quelli che tengo per le sere che non condivido. Te lo verso io. Ti faccio bere il primo sorso dalla mia mano, il bicchiere appoggiato alle tue labbra. Poi te lo lascio.
Una fetta di pane. Una sola. Te la spezzo io, con le mani, e te la metto in bocca, pezzetto dopo pezzetto, fino a che non l’hai finita.
Mangiare con le mani di chi ti ha appena legata. Bere dal bicchiere che lui non vedrà mai.
Questo è il pasto che lui non ti ha mai dato.
Ti accarezzo. Dalla tempia alla mascella. Una volta sola.
Le manette le rimetti tu nella borsa. Io ti guardo farlo. Non te le passo, non te le chiedo. Sono tue, e te le riprendi come se non fossero mai state slacciate.
Ti accompagno alla porta. Ti rimetto il cappotto sulle spalle. Fuori piove ancora.
Curata. Pulita. Mandata da lui.
Stanotte, quando lui si girerà dall’altra parte, ti toccherai lentamente il buco del culo.
Ti brucia.
Ma ti eccita.
📕 Esiste un’altra versione di questo pomeriggio.
Stessa scena, raccontata da lei. Da quando esce dalla mia porta a quando rientra dal marito. Cosa pensa in macchina sotto la pioggia. Cosa fa quando lui le chiede com’è andata la giornata.
L’Epilogo — POV lei è disponibile solo per gli iscritti By Nyno Premium su Substack. Esce stasera alle 21:00.
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