Questo non è un racconto sul desiderio proibito. È qualcosa che hai già immaginato. Non avere paura.
Che poi la paura, dopo tutti questi anni, non ha più logica. Non ha più senso. Non ha più potere su di te — o almeno è quello che ti dici ogni volta che esci di casa con il telefono in mano e un messaggio già scritto, già pronto, già inviato prima ancora di pentirtene.
Lui scrive sempre alla stessa ora. Le ventitré e quarantadue. Non è un caso, e tu lo sai. È il momento in cui sua moglie chiude la porta della camera da letto, è il momento in cui tuo marito posa il libro sul comodino, è il momento in cui il mondo intero sembra mettersi d’accordo per lasciarvi soli con quello che siete diventati.
Apri il messaggio sotto le coperte. Lo sa, lui, che lo stai leggendo così. Lo sa che hai il telefono inclinato verso il muro, lo sa che il respiro ti si è fatto più corto, lo sa che hai già una mano dove non dovresti averla. Lo sa perché è successo cento volte, e cento volte gli hai risposto la stessa cosa: non posso, non adesso, non così. E cento volte gli hai mentito.
Stasera però c’è qualcosa di diverso. Stasera il messaggio non è una richiesta. È una constatazione.
Non è una scelta. Non lo è mai stata. È una cosa che esiste, che ha sempre esistito, che esisteva già prima che tu le dessi un nome. Prima che capissimo cosa stava succedendo. Prima che decidessimo — o non decidessimo — di fermarlo.
Ci sono cose che non si scelgono. Si subiscono, nel senso più vivo del termine — si subiscono come si subisce il caldo d’agosto, come si subisce la fame quando hai saltato un pasto, come si subisce il proprio nome pronunciato da una certa voce in un certo modo.
Non è colpa tua. Non è colpa mia. È solo quello che siamo quando siamo vicini.
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