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La scena si apre così, tu da un lato e io da quello opposto, sdraiati a leccarci, un 69 sporco. Tu mi succhi il cazzo ed io ti lecco la fica, la spolpo, lentamente e poi forte. Ti tengo, infilo ancora di più la lingua mentre me lo succhi forte. Non ci guardiamo, non abbiamo scelta, è una dipendenza.
Non so come ci siamo svegliati così, stanza di motel, quelli dove paghi gli attimi. Sento i versi che fai, mi stringi i capelli e mi dici: “Non ti fermare. Voglio venirti in bocca.” La tua fica è un sogno che mi porto da tanto tempo.
Ti sento tremare, spasmi, incroci di mani, respiri più forti. Voglio anche l’anima.
Mi alzo, prendo del caffè freddo, lo verso sopra la tua fica. Lo voglio bere così, mi voglio nutrire di te. Hai i brividi.
“Ti voglio scopare,” ti dico, “ma non mi baciare. Non lo fare.” Desidero la tua bocca, le labbra te le mangerei, mi fai sangue.
A pecorina, sdraiata a pancia in giù e io sopra di te. Ti prendo per i capelli e ti scopo, lo faccio scivolare lentamente per poi affondarlo tutto dentro.
“Lo senti?” ti chiedo. “Dimmi se lo senti.”
Colpi forti e decisi, le palle che sbattono. Sei così bagnata, che forse è la prima volta. Mi muovo più velocemente, ti voglio sempre di più, sempre più dentro. Ti giri e mi guardi, vuoti, svuotati, involontariamente dipendenti. Tirandoti i capelli vedo anche il tuo seno, bellissimo.
Siamo consumati. Hai la fica tutta rossa, la sto rompendo, perché ho bisogno di te.
“Dai, veniamo insieme,” ti dico. “Dimmi quando stai per venire. Dimmelo che stai per cedere. Dimmelo che sei tutta mia. Dimmelo che la tua carne è solo una cornice a tutto quello che dentro mi appartiene.”
Stai per venire, così. “Dai, vieni. Vieni per me. Urla, fatti sentire. Dai, godi, godi,” con il mio cazzo duro dentro di te, che ha le palle piene di sperma. Sono pienissimo, cazzo. La tua saliva me lo ha bagnato prima di metterlo dentro.
Il letto non è più lo stesso. Non è il motel, non sono queste le lenzuola. Il respiro dietro di te non è il mio, ha un ritmo che non riconosci. Per un istante, tra i capelli e le dita intrecciate, vedi una fede.
“Stai per venire. Dai.”
Apri gli occhi e trovi lui, che è sopra di te, ti sta scopando, e la tua mente si spegne. Lo fai sborrare, lo fai venire, ma tutto sta vivendo dentro la testa, le vene, il cuore che batte più forte.
Lui si addormenta.
Tu no.
Chiudi gli occhi e torni da me.
Le tue dita seguono lentamente il ricordo delle mie mani. Immagini il mio respiro sulla nuca, la bocca sulla pelle, il sapore del caffè rimasto sulle mie labbra. Nel silenzio ricostruisci ogni gesto, finché la stanza scompare e il corpo accanto a te non esiste più.
Ti mordi il labbro per non pronunciare il mio nome.
Quando finalmente cedi, trattieni il respiro. Porti le dita alle labbra e immagini che sia la mia bocca ad accoglierle, lentamente. Non ti stai più toccando da sola.
Mi stai riportando dentro di te.
Non è soltanto piacere.
È una resa.
Non mi stai scegliendo. Hai già smesso di riuscire a farlo.
Lo chiamavamo un amore platonico. Forse siamo soltanto due dipendenze che hanno imparato a chiamarsi desiderio.
Lui ha finito.
Tu ancora no.
Noi non finiamo. Ci consumiamo.
Se poi esiste una fine.
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