Tua moglie sa dov’è stanotte.
Ti ha guardata uscire, ha sentito il profumo — quello che non metti mai per lui, quello che conservi per quando esci tardi e torni con gli occhi diversi. Lo sa da mesi. Non lo dice perché nominarlo farebbe reale, e lei non vuole che sia reale. Preferisce il silenzio, la cena preparata, il telegiornale acceso come rumore di fondo. Preferisce non sapere i dettagli.
I dettagli sei tu, qua, con me.
Entri e non parliamo subito. Lo facciamo sempre così — prima i corpi, poi le parole, se avanzano. Ti appoggi alla porta ancora chiusa, mi guardi, io ti guardo, e in quel secondo c’è tutto quello che non diciamo mai: che questo non dovrebbe esistere, che esiste lo stesso, che nessuno dei due ha intenzione di smettere.
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Mi avvicino. Le mani ancora fredde dall’aria fuori — le sento sulla nuca quando mi tiri verso di te. Ti bacio piano, poi meno piano, poi le mie mani sono già sotto il tuo cappotto e tu stai già togliendo quello che c’è da togliere, veloce, come chi sa che il tempo non è infinito, come chi ha imparato a non sprecare niente.
Ti spingo verso il letto. Non dolcemente — con quella pressione che sai già cosa significa, che ti fa indietreggiare senza resistenza perché la resistenza non fa parte di quello che siamo qua dentro. Qui dentro siamo solo questo: fame, calore, il rumore dei nostri respiri che cambiano.
Ti sdrai e ti guardo un secondo. Solo un secondo, perché mi piace farlo — vederti così, con i capelli sul cuscino e gli occhi che mi cercano, il corpo già pronto, già mio. Non c’è niente di lui in questo momento. Non c’è niente di nessun altro. Ci siamo solo noi due e quello che stiamo per fare.
Ti apro le gambe con le mani. Lentamente, non perché voglia fare piano — ma perché voglio che tu senta ogni centimetro di quello che succede. Scendo. La mia bocca sul tuo collo, poi sul petto, poi più giù, e tu già ansimi, già stringi le lenzuola, già dimentichi tutto quello che c’è fuori da questa stanza.
Bene. Dimenticare è esattamente quello che deve succedere.
Ti lecco lentamente, sento come sei, sento che stavi pensando a questo già da prima di uscire di casa, già mentre lui ti guardava mettere il cappotto, già nell’ascensore. Ci stavi pensando e adesso è qui, adesso sono io, adesso non devi pensare più a niente.
Vieni la prima volta con la mia bocca ancora su di te. Non ti lascio riprendere fiato — ti giro, le mie mani sui tuoi fianchi, entro dentro di te da dietro e spingi tu per prima, il tuo corpo che vuole di più, che non ha mai abbastanza, che è questo il problema e la ragione per cui sei qua.
Andiamo avanti così, senza fretta e senza perderci niente. Le luci basse, il rumore fuori che non esiste, solo i nostri corpi che trovano il ritmo che trovano sempre, quello che non devi spiegare, quello che con lui non hai mai trovato.
Alla fine restiamo fermi. Tu col viso nel cuscino, io con la mano sulla tua schiena. Respiriamo.
Dopo un po’ ti giri, mi guardi. Quegli occhi che hanno dentro qualcosa che non riesci a togliere — colpa, sollievo, voglia di restare, voglia di non dover tornare. Li conosco bene quegli occhi. Li ho visti ogni volta.
Non dico niente. Non c’è niente da dire che non abbiamo già detto con i corpi.
Ti rivesti lentamente. Controlli il telefono — lui ha scritto, una cosa sola, breve. Non mi dici cosa. Non ho bisogno di saperlo.
Alla porta ti bacio ancora una volta. Il profumo adesso è diverso — è anche mio, è quello che porti a casa, quello che lui sentirà senza fare domande perché preferisce così, perché anche lui sa, perché in questa storia lo sanno tutti e nessuno dice niente.
Esci.
Io resto qui, al buio, con il calore che rimane sul letto e la certezza che la settimana prossima torni.
Torni sempre.
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