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Non è eticamente corretto, ma ti desidero, e questa fame che ho di te, la porto fino alla fine.
Siamo in una pizzeria di periferia.
Tu, lui, io e lei.
Seduti in posti casuali, almeno per chi ci guarda da fuori. Tovaglie di carta, bicchieri mezzi pieni, il rumore delle posate e il buio delle 21.00 che mette al buio ogni parola e desiderio.
Lei dice che va a fumare.
Lo dice senza guardarmi, con quella naturalezza costruita apposta per non destare sospetti. Suo marito continua a parlare con mia moglie. Ridono di qualcosa che non ascolto più.
Aspetto.
Poi mi alzo e dico che devo andare in bagno.
Fuori, la terrazza è quasi buia. Lei è davanti alla ringhiera, di spalle, il vestito mosso appena dal vento. La brace della sigaretta si accende tra le sue dita ogni volta che inspira.
Non si volta quando sente la porta.
Sa che sono io.
Mi avvicino lentamente, lasciandole tutto il tempo per fermarmi. Lei invece sposta appena una mano sulla ringhiera e sussurra:
«Non abbiamo molto tempo.»
Ti metto le mani sui fianchi.
Il vestito sale e lo tengo su con una mano, arrotolato sopra i fianchi. Sotto ci sei solo tu, e la strada che non guarda nessuno.
Porti la sigaretta alla bocca e non tiri. La tieni ferma, a un centimetro dalle labbra, come se fumare fosse ancora una cosa che sai fare.
Sposto il tanga, lo tiro fuori dai pantaloni, è già duro, durissimo, la mano sui capelli, e lo spingo dentro.
Colpi decisi, forti. Ti scopo con la fame che si ha, con il desiderio che ti sbrana l’anima. Ti faccio male.
E tu spingi indietro.
Il ferro della ringhiera ti scricchiola sotto le mani. Le nocche diventano bianche.
La porta si apre.
Ci fermiamo. Immobili. Il mio fiato nei tuoi capelli, il tuo trattenuto a metà. Esce una donna con il telefono all’orecchio, si accende una sigaretta a tre metri da noi, dà le spalle al buio e parla di una cosa di lavoro.
Tu non ti muovi. Non abbassi nemmeno la mano.
Lei ride, saluta, rientra.
E io ricomincio. Più piano. E più piano è peggio.
Guardo il vetro. Il tavolo è lì: tuo marito che versa il vino, mia moglie che ride con la testa indietro. Basterebbe che uno dei due girasse la faccia di trenta gradi.
Non la girano.
Passano le macchine sotto di te. La cenere della tua sigaretta è lunga due dita e non cade, perché per farla cadere dovresti muovere la mano, e la mano ti serve per restare in piedi.
Adesso devo venirti dentro. Stringo entrambi i fianchi, tu lo capisci, ti tieni con tutte e due le mani alla ringhiera, fai cadere la sigaretta per strada.
Sborro dentro. Vengo.
Vorrei darti un morso. Vorrei tenerti per il collo.
Un respiro a cedere.
Tu rimani ferma, non ti muovi.
Resti così, con me dentro, finché non finisce. Non ti sposti di un centimetro. Vuoi sentire tutto.
Poi chiudi gli occhi. Non lo vedo: lo sento dalla spalla.
Rimetto a posto il vestito, rimani con la fica piena di me, vado prima io, la scusa che c’era tanta gente.
Dopo cinque minuti torni a sederti. Ti sistemi i capelli due volte, come faresti se avessi solo fumato. Tuo marito ti chiede se c’era freddo fuori.
«No, per niente.»
Non ci guardiamo. Ti cola tutto per le gambe, ma il vestito nasconde, ci nasconde.
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Racconti erotici italiani — tutti i racconti di By Nyno.